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Venerdì, 11 Marzo 2016 12:46

L’amore vero In evidenza

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(dal X capitolo)

Solo quando in negozio entrava Pietro… questo moraccione, figlio di puttana, bello. Bello da morire, io non so cosa mi succedeva. La sua sola presenza mi metteva a disagio.

Era di una bellezza da toglierti il fiato, con queste spalle larghe, le mani grandi, i capelli ricci, morbidi, che gli cadevano sulla fronte e che lui scostava con un gesto distratto, che mi scioglieva. Ogni tanto provava ad attaccar bottone con me, però io gli rispondevo a monosillabi e facevo cadere qualunque discorso. Non volevo dargli confidenza. Ma lui non sembrava affatto intimidito, anzi: il fatto che io fossi così sfuggente solleticava il suo orgoglio di maschio, il suo gusto per la conquista. Un giorno si presentò in orario di chiusura e mi chiese se volevo un passaggio in moto. Gli piacevano le moto di grossa cilindrata e quella Suzuki Bandit 650 era veramente uno spettacolo. Lo ringraziai, ma dissi che avevo la macchina parcheggiata dietro l’angolo. Non era vero e lui lo sapeva: mi aveva incrociata tante volte mentre prendevo il pullman per tornare a casa. Si limitò a farmi un sorriso: capiva il mio imbarazzo. Al di là delle mie vicende personali, all’epoca non sarei mai uscita con un uomo che conoscevo appena e che non avesse chiari propositi di matrimonio. Pietro tornò in negozio la sera dopo e anche la sera successiva. Ogni volta si offriva di darmi un passaggio. Era diventato un gioco per lui, una sfida. Ma io non avevo nessuna voglia di giocare. La sua insistenza mi irritava e glielo dissi. Poteva invitarmi altre mille volte, ma non sarei mai andata con lui. Pietro si fece un gran risata e mi chiese: "Ma pecché nun vuo’ venì cu’mme? Te stongo proprio antipatico?!" Bella domanda. No, non mi era affatto antipatico, anzi: sentivo per quel ragazzo un’attrazione incredibile, che non avevo mai provato per nessuno. Era un sentimento nuovo per me e mi faceva paura. Alla fine, non trovai niente di meglio da dire che avevo il terrore della moto. Lui replicò che sarebbe andato piano, che non dovevo preoccuparmi… ma lo disse alla mia schiena, visto che già mi stavo allontanando a passi veloci, col cuore che batteva a mille. La mia totale chiusura non servì a dissuaderlo. Ogni sera, puntuale come un orologio, me lo trovavo davanti al negozio, in sella alla sua moto, che mi sorrideva. Giorno dopo giorno, mi abituai a quella presenza. Ormai, quando lo vedevo, mi veniva da ridere, ma continuavo a fare la sostenuta, perché non volevo dargli nessuna speranza. Finché un giorno lui non si presentò. Era la prima volta che accadeva. All’inizio pensai che gli fosse successo qualcosa. Poi cominciai a farmi mille domande. Perché non era venuto? Un impegno? Forse si era semplicemente stancato di corrermi dietro? Qualunque fosse la risposta, mi mancava. Mi mancava moltissimo. Quella sua corte leggera, fatta col sorriso sulle labbra, ormai mi era entrata nel sangue e non riuscivo più a farne a meno. Il giorno dopo si presentò di nuovo, alla stessa ora, come se niente fosse. Non c’era nulla nel suo comportamento che potesse lasciarmi intuire perché fosse mancato all’appello. Era sempre lui, col solito atteggiamento da simpatica canaglia. Dovetti fare uno sforzo incredibile per dissimulare quello che sentivo. Lui ad un tratto si avvicinò e mi disse: "T’aggio portato ‘na cosa. ‘O regalo ‘e Natale." E mi mise sotto il naso un pacchettino. Lo scartai. Dentro c’era una musicassetta. Nino D’Angelo. Il mio cantante preferito. Ero allibita: come poteva sapere i miei gusti musicali, se in tutto il tempo che lo conoscevo, ci eravamo scambiati a malapena dieci parole? Non sapevo cosa dire. Riuscii solo a balbettare un “grazie”. Lui se ne andò senza aggiungere altro. Ero frastornata. Per la prima volta, avevo ricevuto un’attenzione “pulita” da parte di un uomo. Mi avevano fatto tanti regali nella mia vita, ma sempre in cambio di qualcosa. Mio nonno mi regalava soldi e sigarette dopo avermi toccata, mio marito mi regalava vestiti firmati per potersi vantare di avere una bella moglie. Non ero mai stata una donna, ma un oggetto, e solo ora lo capivo. Quella notte, a Napoli, iniziò a nevicare. Una nevicata eccezionale, come non se ne vedeva da decenni. La città si risvegliò tutta imbiancata. Le strade erano piene di bambini che giocavano con la neve, impazziti per quell’evento così raro. Impiegai più di tre ore per arrivare al negozio. Il traffico era in tilt, c’erano ingorghi ovunque. Rimasi dietro al bancone tutto il giorno, praticamente da sola, ipnotizzata dinanzi allo spettacolo della neve che scendeva lenta, soffice, silenziosa. Ormai si era fatto buio. Guardai l’orologio e iniziai a chiudere cassa. Pietro non era ancora arrivato. Immaginai che con quel tempo, non si sarebbe fatto vivo. Ma, istintivamente, rallentai i miei movimenti. Senza rendermene conto, stavo cercando di tardare, per permettergli di raggiungermi. I minuti passarono. Minuti interminabili. Ormai avevo finito tutto quello che c’era da fare. Dovevo solo spegnere le luci e abbassare la saracinesca. Guardai di nuovo l’orologio: era tardi, mio figlio mi aspettava a casa. Con un sospiro, andai al quadro elettrico e staccai la corrente. Il negozio piombò nel buio. Mi diressi verso la porta. E fu proprio in quell’istante che, al di là dei vetri, nella strada rischiarata dalla luce giallastra dei lampioni, lo vidi. Pietro. In sella alla sua moto. Neanche la neve era riuscito a fermarlo. Le gambe tremanti si mossero verso di lui, sul volto mi si dipinse un sorriso ebete. Lui, per la centesima volta, mi domandò: "‘O vuo’ nu passaggio?" E io pronunciai quelle parole che mai mi sarei aspettata di dire: "Okay. Andiamo".

Letto 178 volte Ultima modifica il Lunedì, 14 Marzo 2016 17:56
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